Brand Identity e Grafica
Serve ancora il biglietto da visita? Tre mestieri in cui non è mai sparito
La risposta onesta è «dipende», e dipende da una cosa sola: se il tuo lavoro ti mette davanti a delle persone. In quel caso non ha mai smesso di funzionare.
Il biglietto da visita non compete con LinkedIn. Compete con il momento in cui due persone si sono appena parlate e devono fare qualcosa perché quel momento non si perda.
Fino a prova contraria, in quel momento preciso, un cartoncino è ancora l’oggetto più veloce che esista: non chiede batteria, non chiede connessione, non chiede a nessuno di digitare il proprio numero davanti a un estraneo.
I tre casi in cui funziona ancora benissimo
Chi lavora andando dalle persone. Artigiani, tecnici, agenti, consulenti. Il biglietto resta sul frigorifero o nel cassetto della cucina, e viene ripescato mesi dopo, quando serve, non quando l’hai dato.
Chi va a fiere ed eventi. Dopo otto ore e quaranta conversazioni, il ricordo è poltiglia. La pila di biglietti nella tasca è l’unico archivio che sopravvive alla giornata.
Chi ha un negozio o uno studio. Infilato nel sacchetto, allegato a una consegna, lasciato accanto alla cassa: costa pochi centesimi e continua a circolare senza di te.
I casi in cui è solo una spesa
Se lavori esclusivamente online e i clienti arrivano da ricerche o campagne, il biglietto è un oggetto affettivo. Non fa danno, ma non lo cercherà nessuno. Prima vengono il sito, la scheda su Google e il modo in cui rispondi.
Il segnale che sono soldi buttati: ne hai ordinati cinquecento e ne hai dati dodici in un anno. Non è il biglietto a essere sbagliato: è che il tuo lavoro non ti mette abbastanza spesso davanti alle persone.
Cosa scriverci, e cosa no
Serve una cosa sola: chi sei e come ti si raggiunge. Nome, cosa fai in tre parole, un numero, una mail, il sito. Il resto toglie spazio a quelle.
L’errore più comune non è grafico: è scriverci il ruolo invece del mestiere. «Amministratore unico» non dice niente a chi ti ha appena conosciuto; «impianti elettrici civili» sì.
Il QR code: utile se porta da qualche parte
Un QR ha senso quando fa risparmiare una digitazione: aggiungere il contatto in rubrica, aprire WhatsApp con la chat già pronta, arrivare al listino aggiornato.
Non ha senso quando porta semplicemente alla home page: quella la si raggiunge scrivendo il nome. E ha un difetto serio da mettere in conto: il cartoncino dura anni, l’indirizzo a cui punta no. Se il QR va su una pagina che poi sposti, hai stampato cinquecento vicoli ciechi.
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